Sulla politica dei mal di pancia della volgare prosopopea propagandistica di Salvini

di Dome Santoro #Politica

Quando il direttore mi ha chiesto un parere sull’uso strumentale dell’Art. 1 della Costituzione da parte di Salvini, mi ha anche dato un riferimento all’articolo scritto da Giovanna Di Rosa. Mi aveva chiesto di trarne le coordinate editoriali. Un esempio, per dirla in parole povere.

Ebbene, più che un esempio è esattamente quello che avrei voluto scrivere io. Mi piace pensare che il buonsenso sia più diffuso di quanto non sembri, in questi tempi balordi, e le parole scritte dalla brava Giovanna vanno in tal senso. Considero quelle righe come pietra angolare del mio ragionamento, limitandomi ad aggiungere il punto di vista di chi ha messo al centro della sua opera politica un concetto molto pragmatico di equità e che – in virtù di ciò – trova la volgare prosopopea salviniana ipocrita ed offensiva.

Parto da una considerazione sull’articolo in sé: il testo parla di un popolo, dando comprensibilmente per scontata l’omogeneità della cittadinanza. Si presuppone un corpus unitario e che unitariamente sottostà agli stessi doveri godendo, in compenso, di opportunità equipollenti e di pari efficacia nell’esercizio di quel potere costituzionalmente definito che lo stesso articolo introduce. Questa è la forma. La sostanza è ben diversa. È la vicenda umana ad insegnarci quanto l’equità totale sia utopica, e nessuno pretende di illudersi in merito. Da quando il concetto di Stato ha fatto irruzione nella Storia si è sempre osservata una certa disparità di trattamento rispetto ai cittadini.

Prendiamo la questione urbana, per fare un esempio: il paradigma abitativo umano, dalla
fondazione di Gerico in avanti, ha sempre prediletto l’agglomerato nonostante qualche rara inversione di tendenza. Quindi nessuno scandalo se chi abita in città ha qualche vantaggio in più rispetto a chi si stabilisce in zone rurali o che più in generale esistano zone più coccolate di altre. È la naturale conseguenza della struttura organizzativa umana. In Italia, però, si esagera. È fin troppo facile per uno con la mia formazione politica (Dome Santoro è esponente di spicco di M24A-ET Roma, ndr) citare l’esempio
delle disparità fra il Nord ed il Sud del paese, ma si pensi anche alle vallate alpine che si stanno spopolando a favore di grossi centri come Torino o Milano. Si pensi alle Isole, grandi o piccole che siano, che sembrano appendici esotiche buone solo a rendere avventurose ed affascinanti le vacanze estive, ma che per il resto dell’anno potrebbero affondare senza che a Roma si battesse ciglio.

Per amor di discussione possiamo sforzarci di considerare qualunque politico italiano in perfetta buona fede, semplicemente influenzato dal trend storico di cui parlavo prima. Insomma, va così, è sempre andata così e poco importa se, in teoria, è la categoria in questione a doversi occupare di invertire la tendenza, dato che da questa categoria esce chi finisce per occuparsi della polis. Si parla di persone che, stando ai proclami elettorali, sono capaci di smuovere mari e monti ma che – una volta raggiunta la cabina di regia – faticano a cogliere l’enormità della componente territoriale fra quelle che connotano la disparità di trattamento nella dialettica stato/cittadino.

C’è qualcuno a cui, però, questa benevolenza non può essere concessa, e proprio perché su questioni territoriali ha costruito la sua fortuna politica. Il buon Matteo da Milano oggi aizza l’ecumene da Aosta a Pantelleria, creando nemici artificiali contro cui scatenare i mastini della propaganda sovranista. Ma quando questo perfetto figlio dei nostri tempi muoveva i primi passi nella fanghiglia legaiola, i confini entro cui compattare il fruttuoso odio erano ben più stretti, e per ben che andasse si fermavano all’Arno. L’upgrade è stato semplice. È bastato sostituire l’immigrato al meridonale et voilà: i limiti del bacino elettorale si sono espansi da Firenze fin giù, ma così giù, da includere quelle parti di territorio dalle quali, fino a cinque minuti prima, originava ogni male. Naturalmente
l’unico confine ad estendersi è stato quello dell’odio elevato a programma politico. Rimane inalterato quello dell’interesse reale.

A Reggio sono arrivate le raccomandazioni a diffidare dell’immigrato ma non l’alta velocità, per fare un esempio.

Salvini non può ignorare che il popolo di cui parla mentre si riempie la bocca di costituzione è qualcosa di concreto e di concretamente radicato su un territorio. Non può non sapere che tale territorializzazione comporta differenze tali da rompere la consolatrice menzogna dell’omogeneità. A maggior ragione in Italia. Non può farlo perché ha la territorializzazione nel suo DNA politico. Ecco cosa dimentica di aggiungere, Salvini, quando cita l’Art. 1.
Cosa intende con popolo? Di quale popolo parla? A domanda diretta risponderebbe con fermezza: «Quello Italiano», come se slogan quali “Prima il Nord” non avessero mai sfiorato la sua traiettoria politica e del fascismo di cui è impregnata la sua retorica avesse ereditato sin da subito anche il sincero nazionalismo.

Sarebbe interessante capire che cosa, fra un panino con la Nutella e l’ennesimo tweet xenofobo, realmente intenda.

 

(10 maggio 2021)

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