Trump, l’ultimo bolscevico… Anche se non lo sa

di Vanni Sgaravatti

Ci sono due argomenti, tra i tanti, che mi vengono in mente e che giustificano il titolo provocatorio.

Il primo si riferisce alla promessa sovietica: “Un futuro luminoso per i proletari di tutto il mondo”, che giustificava il costo da pagare: fino a 100 milioni di morti. Leggendo la storia abbiamo parlato di buone intenzioni finite in tragedia, ma le persone, non quelle addette a riflessioni storico politiche, hanno liquidato la questione, magari dicendo: “Di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno” e giustamente ci siamo tutti concentrati sugli orrori e sui loro artefici. In realtà, non ci siamo identificati nei sognatori bolscevichi, pianificatori degli orrori: emotivamente era troppo difficile. Così i neoliberisti della scuola di Chicago, diciamo i più puri rappresentanti del capitalismo d’assalto, li disegniamo frettolosamente come immorali sulla base delle conseguenze sociali immorali delle loro intenzioni, dal nostro punto di vista ovviamente. È probabilmente vero che, se guardiamo, la liberalizzazione dei commerci, possiamo rilevare che non ha prodotto quell’aumento dei salari delle nazioni in via di sviluppo ad alta intensità di manodopera prevista dai liberisti e che, anzi ha comportato in molti casi un aumento insostenibile delle disuguaglianze. E che questo probabilmente è dovuto ad una serie di fattori di vischiosità che vanno dalle regolamentazioni rigide interne ai paesi in via di sviluppo (esempio India), non adatte a seguire lo sviluppo indotto dalla liberalizzazione dei commerci, dalla difficoltà allo spostamento in settori più vicino a quelli collegati alla esportazione, da parte di capitali e di persone, da tassazioni e condizioni di poteri contrattuali inique. E che questa situazione, quindi, appare adatta ad essere raccontata da osservazioni come quella espressa da Gramsci: “Il vecchio muore e il nuovo non può nascere e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Ma gli “ottimisti” neoliberali, che hanno come riferimento ideologico Trump, potrebbero anche essere animati da buone intenzioni, assomigliando, così a quei bolscevichi: “Togliamo tutte le protezioni del vecchio che rendano vischiosa la transizione: è un costo da pagare, per un futuro migliore per tutti”.

Il secondo riguarda i muri. Partiamo da un ricordo un po’ antico. Con il senno del poi, dicevamo che l’Unione Sovietica aveva già perso, pensando di rispondere al problema delle persone e relative competenze che volevano fuggire all’Ovest, con la politica dei muri: la sconfitta era solo questione di tempo. Proseguiamo con un ricordo più recente. Un successo economico della Cina è derivato dal modello integrato tra potere politico autoritario, dalla politica economica liberale, ed anche da una certa cultura della sobrietà cinese, che ha favorito le esportazioni, senza produrre un aumento di valore della valuta cinese (che avrebbe portato ad un contenimento della competizione dei beni e servizi cinesi). E questo per merito della contestuale azione politica cinese di svalutazione della sua moneta.

Ora, mi sembra che la risposta di Trump con i dazi o almeno il tentativo di portarla avanti sia ispirata dalla stessa metafora con cui si può rappresentare ciò che spingeva i sovietici alla creazione dei muri. E temo che fra qualche tempo diremo, con il senno del poi: “La sconfitta del modello americano era solo questione di tempo”.

(7 gennaio 2021)

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